Che l’uso sproporzionato di social di ogni genere crei una sorta di dipendenza nociva nei confronti di chi lo utilizza ormai oggi sembra un elemento assodato. Che però questo comportamento sia addirittura responsabile di disturbi d’ansia, di prestazione, di alimentazione e di personalità, preoccupa non poco. Il perché un ragazzo debba preferire catapultarsi in un modo virtuale anziché uscire per una partita di calcetto, per un aperitivo o semplicemente per una passeggiata sembra quasi impossibile sia da capire che addirittura da decifrare. Soprattutto per chi viene da una generazione per cui il rimanere a casa era sintomo di un castigo, magari per avere preso un 4 a scuola o una nota disciplinare. Generazione per la quale si era soliti contrattare, con ogni mezzo possibile, con i propri genitori negoziando e implorando per quella mezz’ora in più concessa nel rincasare, perché era necessario, quasi vitale, stare fuori, all’aria aperta, con la comitiva di sempre.
Oggi invece sembra che il mondo dei teenagers si sia capovolto: è esattamente il contrario. Sono i genitori che il più delle volte si vedono quasi costretti ad obbligare il proprio figlio ad uscire da quella stanza, a staccare quell’iPad, a metter giù quelle stupide cuffiette che incollano sguardo ed anima ad uno schermo che di vitale non ha praticamente nulla! E fa paura tutto ciò! Cosa c’è di demoniaco dietro quell’assurda calamita che àncora a sé praticamente tutti i giovani d’oggi? Eh già, perché le eccezioni sono davvero poche… Perché nel tempo libero si preferisce isolarsi staccandosi quasi completamente dalla realtà, anziché chiamare quell’amico o amica e uscire per due passi? Cosa è cambiato da qualche anno a questa parte? Eppure non si stanno confrontando due generazioni di epoche lontane, ma si sta mettendo in relazione ciò che accade oggi con ciò che fino a non moltissimo fa era sotto gli occhi di tutti. E poi, se questa pericolosa relazione tra i giovani e i social genera giorno dopo giorno una perenne insoddisfazione, del corpo, della propria immagine, delle proprie abitudini, dei propri pensieri, creando altresì una bassissima autostima ed un accesissimo nervosismo, perché non si interviene in qualche modo? Perché non si tenta di invertire questa triste tendenza all’alienazione? Mettendo un punto al disagio, che spesse volte è disarmante, e ponendo nuovamente al centro una partecipazione attiva del ragazzo? C’è da rifletterci, magari all’aria aperta…




