Tra le patologie neurodegenerative che interessano il genere umano quella che forse più di tutte affascina e allo stesso intimorisce è l’Alzheimer, una naturale conseguenza della temuta demenza senile. Perdita della memoria, assenza di ragionamento logico, problemi di ordine cognitivo, afasia, difficoltà di riconoscimento e spesse volte aggressività, sono soltanto alcuni degli aspetti più comuni che caratterizzano questa tipologia di malattia. Nonostante gli incessanti studi condotti su più fronti, e su più parti del mondo, ad oggi non è possibile stabilire un arresto forzato del suo decorso. Se c’è, va avanti con i suoi tempi e le sue caratteristiche, senza possibilità che venga bloccata da una cura efficace.
Quel che però è possibile fare è rallentare la sua corsa, attraverso specifiche tecniche di rafforzamento cognitivo basato sui più semplici approcci didattici ma di un’efficacia testata ormai dai più.
Orientamento spazio-temporale, riabilitazione cognitiva, esercizi di scrittura, di lettura, associazione di colori e di immagini, schemi di connessioni logiche, puzzle, ma anche musica e ginnastica dolce.
Protagonisti di una professione di forte utilità sociale sono gli operatori socio sanitari, ma anche gli educatori, gli psicologi, i fisioterapisti e gli infermieri. Un lavoro di concertazione, di unione di intenti, di forte collaborazione che ha come base di partenza e dirittura d’arrivo l’empatia operatore-utente, un fortissimo rapporto di fiducia e una valanga di pazienza e di comprensione. Il più delle volte, a beneficiare dell’intervento di un operatore socio sanitario è la stessa famiglia del paziente in cura. Può essere faticoso stare a contatto con persone affette da demenza senile o da Alzheimer: possono diventare violente e aggressive, richiedono un’attenzione continua, una presenza costante, facendo così inevitabilmente innescare quel meccanismo secondo il quale chi è tenuto a proteggere tali persone si trova a dover combattere con forti sentimenti di rabbia prima e di altrettanto significativi sensi di colpa dopo.
Evitare il Burner del caregiver è quindi una sorta di sfida che chi accudisce un malato di Alzheimer si pone come obiettivo di intervento.
Un difficile viaggio fatto di strane emozioni: intervenire su chi non riconosce più la propria immagine di fronte ad uno specchio, o su chi addirittura prova paura verso se stesso, su chi parla con figure immaginarie, chi cammina cammina senza una meta, chi vuole scappare per tornare sui luoghi di infanzia, perché magari è proprio lì che si è fermata la sua memoria, stimolando un rafforzamento cognitivo per frenarne la totale perdita merita stima ed incoraggiamento. Porsi tra il paziente e la sua malattia è uno scudo di coraggio che nobilita chi ha scelto questo mestiere come missione di vita.




