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Quei bravi ragazzi: racconto di un trionfo datato 1965

Ogni paese ha i suoi eroi. Personaggi che carpiscono l’immaginazione e la portano ai confini del sogno. Non c’è alcuna regola che confini gli eroi nell’ambito dei conflitti o delle rivoluzioni. Ci sono anche le rivoluzioni pacifiche del cuore, i sentimenti forti generati da un’impresa in una delle tante vicende della quotidianità. È noto che lo sport ha la capacità di affratellare e di creare una rappresentatività senza pari. Gli eroi della domenica non hanno altre armi che gli scarpini, ma quando corrono dietro quel pallone lo fanno in nome di quei tizi un po’ matti o forse semplicemente sognatori che si chiamano tifosi. Negli anni 60 ad Alatri la squadra di calcio era qualcosa di più di una semplice equipe partecipante al campionato di pertinenza. Per gli alatrensi quei ragazzi, molti dei quali locali, erano dei simboli, dei paladini senza paura. Ed eroi lo diventarono quando guadagnarono una storica promozione in IV Serie, la serie D. La conquista che fece felice una città avvenne nel maggio del 1966. Mentre i jubox proponevano “Il mondo” di Jimmy Fontana e “La notte” di Adamo, brani romantici che spopolavano nelle classifiche delle vendite, il cuore dei cittadini alatrensi palpitava per quei ragazzi che avrebbero affrontato la Viterbese in uno spareggio con andata e ritorno. La gara di andata si giocó ad Alatri e agli archivi andò uno 0/0. Al campo della Sanità gli estri e la buona volontà della squadra allenata da Lo Buono trovarono un ostacolo insormontabile nella buona organizzazione difensiva dei viterbesi. In verità un gol l’Alatri lo avrebbe realizzato ma nel 1966 non c’erano il Var o la Gol Line Tecnology e allora Nello Minnucci, centrocampista dai piedi buoni, alatrense purosangue, si vide privato di uno storico gol da una svista arbitrale. “Il portiere bloccò il pallone oltre la linea bianca – ci racconta Nello mentre nei suoi occhi quel momento sembra tornare per magia – ci sono anche delle foto dalle quali traspare in modo evidente l’errata valutazione. Calciare da fuori era una mia specialità ed in particolare mi facevo valere nei calci da fermo. Quella gara di andata fu molto bloccata ed equilibrata, perché loro ritenevano di sistemare le cose nel match di ritorno”. A Viterbo si giocò in un’atmosfera quasi irreale. Ce lo racconta Adelmo Rossi, che di quella squadra dei sogni era il centravanti. “A Viterbo non avevano proprio preso in considerazione l’ipotesi di non vincere quella gara di ritorno. Erano così sicuri che ai bordi del campo c’erano già coppe destinate al miglior giocatore, al più bravo del campionato e ancora altri premi speciali che avrebbero dovuto coronare quella stagione fantastica della Viterbese”. Sorride, Adelmo, e anche per lui la macchina del tempo sembra effettuare una corsa verso quegli anni 60, quelli della 600 Fiat, delle minigonne e di una protesta studentesca che esplodeva ad ogni latitudine. A Viterbo però quel giorno contava solo il calcio e l’Alatri guadagnò un sorprendente vantaggio. “Mio fratello Giancarlo ci provò dal limite dell’area e costrinse il loro portiere ad una difficile parata, che peraltro procurò al povero numero uno viterbese un impatto con il palo. La respinta fu raccolta da Penserini, che da posizione estremamente angolata riuscì a mettere dentro. Il nostro vantaggio non durò molto, perché un malinteso del nostro pacchetto arretrato propiziò il pari della Viterbese. Il gol della vittoria fu, in tutta sincerità, piuttosto fortunoso. Bertelloni avanzò e poiché nè io nè i miei compagni di linea offensiva riuscimmo a dettare un passaggio in profondità, al nostro compagno non restò che tirare. Il loro portiere, probabilmente ancora frastornato dalla botta presa nel primo tempo, tentò di bloccare la palla che gli sfuggì e finì a velocità ridotta nella porta viterbese. Da quel momento, anche con qualche piccola astuzia e con gli opportuni ostruzionismi, bloccammo ogni tentativo dei nostri avversari e conquistammo la promozione in serie D”. Quel che accadde al ritorno della squadra ad Alatri fu davvero qualcosa di unico. Tutta la città attendeva i ragazzi verderosa per tributar loro il meritato trionfo. “Quando scendemmo dal pullman, ci ritrovammo in piazza Santa Maria senza poggiare i piedi per terra. Fummo tutti sollevati e trasportati a braccia dai tifosi festanti. Si scatenò una specie di Carnevale, una cosa che chi non l’ha vissuta non può neanche immaginarla”.

Nello Minnucci

C’erano anche altri alatrensi, oltre a Nello Minnucci e Adelmo Rossi, in quella squadra che conquistò la serie D. In difesa giocavano Sisto Mastacco e Mauro Scerrato, il primo marcatore implacabile, veloce e bravissimo nel comprendere e nell’anticipare i movimenti dell’attaccante di riferimento. Il compianto Mauro Scerrato era un difensore dai piedi buoni, giocatore di grande eleganza e insieme di sostanza. Nel pacchetto arretrato agiva anche un alatrense di adozione, che ha messo famiglia ad Alatri e che di quella squadra di D fu giocatore simbolo e allenatore: Giovanni Cella, un principe della difesa. A centrocampo, oltre a Nello Minnucci, interno dal sinistro fatato, c’era Giancarlo Rossi, fratello di Adelmo, giocatore brevilineo dalle grandi doti di cursore, bravissimo in interdizione. Negli anni successivi il portiere Gianni D’Alatri, il centravanti Fernando Mazzocchia, bomber di grandi doti fisiche e tecniche, e i giovani Alberico Pietrobono, Alberto Petricca, Luigi Pica, Pino Pasotti e Antonio Piccirilli andarono ad ingrossare il contingente locale di una squadra che ebbe tra le sue fila giocatori come Dino Cremaschi, Fabio Salvatici, Pio Santamaria. Ma quella è un’altra affascinante storia e magari un giorno ve la racconteremo.

Nella foto in alto Adelmo Rossi, Giovanni Cella e Sisto Mastracco

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